Le informazioni essenziali in breve
- Il film del 1973 dura 114 minuti e trasforma una storia lineare in un percorso iniziatico pieno di simboli.
- Il protagonista è un ladro con tratti cristologici, guidato da un alchimista verso una vetta che promette immortalità.
- Le figure che incontra incarnano potere, consumo, guerra, controllo e desiderio: non sono personaggi realistici, ma funzioni simboliche.
- Il finale rompe l’illusione cinematografica e spinge lo spettatore a leggere l’opera come critica della rappresentazione e del potere.
- Nelle religioni, i monti sacri funzionano spesso come luoghi di passaggio tra terra e cielo, non come semplici scenari naturali.
- Per capirlo davvero, conviene guardarlo come un rito visivo e non come un giallo da risolvere al primo passaggio.
Di cosa parla davvero il film di Jodorowsky
La trama parte da un deserto e da un personaggio che viene presentato come un ladro, quasi una figura da Tarocco, cioè un archetipo più che un individuo realistico. Dopo l’incontro con un nano e una sequenza di episodi che alternano ironia, blasfemia e violenza visiva, il protagonista arriva da un alchimista che lo coinvolge in una trasformazione radicale.
Da quel momento il racconto diventa un viaggio collettivo. Il ladro incontra sette figure potenti, ognuna legata a un pianeta e a una forma di dominio o deformazione del potere: il commercio, la guerra, l’industria dell’immagine, il controllo politico, la manipolazione del gusto, la repressione. L’alchimista li spinge a bruciare il denaro e a lasciare dietro di sé i propri simulacri: è il primo gesto davvero decisivo del film, perché sposta il centro dall’avere all’essere.
Il gruppo parte poi verso un’isola e infine verso la montagna, dove dovrebbe trovarsi il segreto dell’immortalità. Ma la promessa viene sabotata a ogni passo: il percorso è pieno di deviazioni, tentazioni, scene grottesche e deviazioni dal codice del racconto classico. Quando i personaggi arrivano vicino alla cima, la rivelazione non è quella che molti si aspettano. La verità non coincide con la conquista della vetta, e il film lo dice con una nettezza quasi brutale. Da qui si capisce che la storia non è costruita per arrivare a un finale “spiegato”, ma per mettere in crisi l’idea stessa di arrivo.
Questa struttura conta molto, perché cambia il modo in cui va letto tutto il resto: non come avventura mistica, ma come percorso di smontaggio delle illusioni. E proprio per questo il passaggio successivo è la grammatica dei simboli, cioè il vero motore dell’opera.
Come leggere simboli e allegorie
Il film lavora per accumulo di segni. Io lo leggo così: ogni dettaglio visivo ha una funzione, spesso più forte del dialogo. Jodorowsky usa l’alchimia, i riferimenti cristiani, la satira sociale e un immaginario quasi rituale per costruire un cinema che non descrive il mondo, ma lo riscrive.
| Elemento | Cosa mostra | Che cosa suggerisce |
|---|---|---|
| Il deserto | L’inizio spoglio e disorientante | La perdita dei riferimenti e l’avvio di una trasformazione |
| L’alchimista | La guida che introduce il rito | La figura del maestro che trasforma la materia in coscienza |
| Il denaro bruciato | Il rifiuto dei simboli del possesso | La critica al culto del successo e dell’accumulazione |
| Le sette figure planetarie | Poteri e vizi organizzati come personaggi | La mappa di un mondo dominato da ruoli, sistemi e maschere |
| La montagna | La meta del viaggio | Il punto in cui la ricerca spirituale incontra il proprio limite |
| Il set rivelato alla fine | Cinema, macchine e troupe esposti allo sguardo | La distruzione dell’illusione e la dichiarazione del linguaggio filmico |
Se si entra in questa grammatica, il film smette di apparire come una sequenza caotica di provocazioni e diventa leggibile come un sistema. A quel punto il finale non è più un trucco, ma il gesto più coerente dell’intero impianto.
Perché il finale divide ancora gli spettatori
Il finale è uno dei passaggi più discussi dell’intero film perché rompe la cosiddetta quarta parete, cioè il confine che normalmente tiene separata la storia dal pubblico. In pratica, il film mostra la propria macchina: camera, microfoni, luci, troupe. Non sta solo dicendo “questa è una finzione”, ma qualcosa di più scomodo: anche la ricerca della verità può diventare spettacolo se la si trasforma in immagine da consumare.
Molti spettatori reagiscono male proprio per questo. Si aspettano una rivelazione conclusiva e invece ricevono un gesto di smontaggio. Il film non chiude il discorso, lo apre. Io vedo qui la sua forza, ma anche il motivo per cui continua a dividere: chi cerca una storia ordinata lo trova irritante; chi accetta il linguaggio simbolico lo trova lucidissimo.
- Errore comune 1: aspettarsi una trama lineare e perdere il senso del viaggio iniziatico.
- Errore comune 2: leggere la provocazione come puro gusto dello scandalo.
- Errore comune 3: cercare un’unica chiave di lettura e ignorare la stratificazione visiva.
La cosa più utile, secondo me, è spostare la domanda da “cosa succede?” a “che cosa fa il film allo spettatore mentre succede?”. Da questa domanda si passa in modo naturale al tema dei luoghi sacri, perché la montagna del film non nasce nel vuoto.
Cosa rende sacra una montagna nelle religioni
Nelle tradizioni religiose una montagna sacra non è importante solo perché è alta. È importante perché viene percepita come un punto di passaggio: una soglia tra il mondo umano e una dimensione altra. Britannica descrive bene questa logica quando parla di montagne come “porta”, “scala” o “pilastro” tra cielo e terra. È un’idea antica, ma ancora molto concreta: la verticalità diventa un modo per pensare il rapporto con il divino.
Le differenze tra i vari casi sono notevoli. Alcune montagne sono considerate centro cosmico, altre sono dimora di divinità, altre ancora sono mete di pellegrinaggio. Non tutte funzionano allo stesso modo, e questo dettaglio conta, perché evita semplificazioni troppo comode.
| Tradizione | Vetta o luogo | Significato principale |
|---|---|---|
| Induismo | Meru e Kailash | Centro del cosmo, dimora divina, asse del mondo |
| Buddhismo tibetano | Kailash | Paesaggio sacralizzato e mandala naturale, cioè mappa simbolica del cosmo |
| Tradizioni antiche mediterranee | Olimpo | Sede delle divinità e spazio di separazione dal piano umano |
| Culture locali e devozionali | Vette specifiche di culto | Luogo di pellegrinaggio, prova fisica e contatto rituale |
Questo confronto aiuta a capire perché il film funziona così bene: prende una struttura religiosa antichissima e la porta dentro un cinema satirico, psichedelico e anti-dogmatico. In altre parole, conserva l’idea della vetta come soglia, ma la sottrae a ogni lettura devota o consolatoria. E qui si apre la domanda più pratica: come guardarlo oggi senza perderne il filo?
Come guardarlo oggi senza perderne il senso
Il modo migliore, a mio avviso, è non trattarlo come un puzzle da risolvere una volta per tutte. Funziona molto meglio se lo guardi come una sequenza di prove visive. Ogni blocco del film ha una funzione precisa: la seduzione, la satira del potere, la distruzione delle maschere, la disillusione finale. Se cerchi coerenza psicologica nei personaggi, rischi di perderti; se cerchi coerenza simbolica, invece, il film si apre.
Ci sono tre accorgimenti che aiutano davvero:
- Osserva i ritorni visivi, soprattutto oro, specchi, animali, costumi e oggetti rituali.
- Leggi le scene come trasformazioni, non come fatti realistici da cronaca narrativa.
- Accetta che il film lavori per eccesso controllato: non è casuale, è deliberatamente sovraccarico.
Questa è anche la ragione per cui l’opera continua a essere discussa in ambito cinematografico: non perché sia “strana” in senso generico, ma perché usa tutti gli strumenti del cinema, dalla scenografia al montaggio, per mettere in crisi la passività dello spettatore. La montagna, in questo senso, non è una destinazione: è un test di lettura.
Quello che resta dopo la salita
Se devo ridurre tutto a un’idea sola, direi questa: il film mette in scena una ricerca spirituale per mostrare quanto sia facile trasformarla in spettacolo, mercato o narrazione di facciata. È un’opera che chiede attenzione, ma restituisce molto se la si affronta con pazienza e senza aspettarsi una soluzione unica.
Chi vuole capirlo davvero dovrebbe tenere insieme tre livelli: la trama del viaggio, la rete di simboli e il dialogo con la tradizione dei luoghi sacri. Solo così la vetta smette di sembrare un capriccio surrealista e diventa ciò che è davvero: un dispositivo cinematografico per parlare di potere, trasformazione e limite umano.
Se cerchi una lettura rapida, parti dal ladro e dall’alchimista; se cerchi una lettura più ricca, guarda come ogni immagine sposta il significato della salita. È lì che il film lascia la sua traccia più forte, molto oltre il momento in cui i titoli di coda chiudono la scena.